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Saudade

A volte colpisce come una pugnalata: la saudade.

Nell’estate fra il quarto e il quinto anno di medicina sono andata a fare un tirocinio in Brasile per cinque settimane, quattro delle quali in famiglia. Quando provavano a spiegarmi cosa fosse la saudade mi dicevano sempre che lo avrei capito una volta tornata a casa, che non c’era bisogno di spiegazioni, l’avrei riconosciuta, e avrei odiato amarla.

C’è una canzone, Toda saudade, che dice più o meno così:

Ogni saudade è la presenza
Dell’assenza di qualcuno
Di qualche luogo
Di qualcosa infine
Un improvviso no
Che si trasforma in sì
Come se l’oscurità
Potesse illuminarsi
Dalla stessa assenza di luce
Il chiarore si produce
Il sole nella solitudine.

Ogni saudade è una capsula
Trasparente
Che sigilla
E allo stesso tempo
Porta la visione
Di ciò che non si può vedere
Perché si è lasciato dietro si sé
Ma che si conserva nel proprio cuore.

Qualcuno ha scritto “La saudade non guarda il futuro, ma non è neanche il passato… è il presente;  è come una malattia che ci si porta dentro, insieme alla speranza che il tempo la guarisca; è la tormentata volontà di avere di nuovo quello che si è perso; è la forza di non lasciarsi sopraffare da questo struggimento e di tradurre il passato dando un senso al presente; e’ un dolore, ma anche un piacere che mantiene in vita ciò che non esiste più, è lontano, o non può più tornare.

In Brasile ho imparato a ridere, sembra sciocco da dire ma è la verità. In Brasile ho imparato a ballare in mezzo alla strada, a tutte le ore, e a ballare ridendo, perché non c’è nessun buon motivo per non farlo. Sono onorata di portare dentro di me questa malattia, mi sento privilegiata.

Mi ricordo che non fu necessario arrivare fino a casa per ammalarsi di saudade, avvertii i primi sintomi già all’aeroporto di Rio de Janeiro.

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